Sono passati già 10 anni dal mio viaggio a Zanzibar, ma il “Mal d’Africa”, la nostalgia per questa terra così magica, resta sempre… di seguito il mio diario di allora.

Dopo 8 ore di volo siamo atterrati all’aereoporto di Unguja. Unguja è l’isola più grande dell’arcipelago di Zanzibar, che è composto anche dall’isola di Pemba e da altre isole minori; queste isole sono state definite isole delle spezie per via delle coltivazioni volute dal sultano. Durante la storia dell’isola si sono succedute diverse dominazioni: Portogallo, Oman, Inghilterra… ma dal 1963 Zanzibar ha ricevuto l’indipendenza dal Regno unito come monarchia costituzionale sotto il sultano. Dal 1964 Zanzibar fa parte della Tanzania insieme allo stato del Tanganika ma elegge un suo proprio presidente che prende decisioni su materie interne all’isola. La Tanzania è oggi uno dei paesi più poveri al mondo e sull’isola di Zanzibar l’aspettativa di vita è di 55 anni.

ATTENZIONE: per chi si reca in queste zone è consigliata la profilassi antimalarica e noi decidemmo di farla. In commercio quando siamo stati noi sull’isola c’erano principalmente due tipi di profilassi: il Lariam e il Malarone. Il primo si assume una volta a settimana (da una settimana prima del viaggio fino ad un mese dopo il ritorno) mentre il Malarone deve essere preso ogni giorno (ed è molto più costoso). Entrambi questi farmaci non proteggono da tutte e 4 le forme di malaria ma solo dalle 2 più diffuse (falciparum e vivax) che sono anche le più pericolose. Noi scegliemmo, su consiglio del medico, il Lariam; nessuno ha avuto effetti collaterali, anche se a molte persone capita di averne (nausea, vomito, spossatezza, allucinazioni..).

Uscendo dall’aeroporto ci siamo diretti a nord per raggiungere l’albergo sulla spiaggia di Nungwi; le strade sono malamente asfaltate e ai bordi vi sono case di fango e paglia, dove vive la popolazione. Nonostante sia poco sottolineato dalle agenzie di viaggio vi sono ovunque bottiglie di plastica e sacchetti pieni di rifiuti buttati al sole, vicino a dove vivono le persone. Dopo un ora di pullman (45 km) siamo arrivati al resort Gemma dell’Est, e qui non c’è proprio niente da criticare… spiaggia bianca, acqua cristallina, fiori e alberi curatissimi, cibo delizioso, camere ordinate, e personale sempre cordiale e gentile.

Purtroppo il tempo non è stato dei migliori perché stava finendo la stagione delle piogge e quindi ogni giorno capitavano una ventina di minuti di brutto tempo. Nonostante le nuvole il secondo giorno sono riuscita a scottarmi e il giorno successivo sono praticamente rimasta chiusa in camera perché non stavo bene… quindi anche se non vedete un sole abbagliante mettete la protezione! Sulla spiaggia vi capiterà di vedere dei negozi di “finti masai” con occhiali da sole e cellulare. I masai veri si trovano nei parchi del nord della Tanzania e in Kenya, e non certo sulla spiaggia a vendere quadri e magliette…

Durante il nostro soggiorno abbiamo visitato Stone Town, ovvero la parte vecchia della capitale di Zanzibar. Stone Town è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO e la sua architettura è un mix unico di stili: dal moresco e l’arabo al persiano, all’indiano, all’europeo coloniale. Le case moresche e arabe sono particolarmente notevoli, caratterizzate da grande porte di legno finemente intagliate e ornate a bassorilievo e da grandi verande chiuse da pannelli di legno intagliato. La città è stata a lungo il più importante centro commerciale nell’Africa orientale; in seguito alla colonizzazione della terraferma nel 1800, questo ruolo è gradualmente passato a Mombasa e Dar es Salaam. Il principale genere di esportazione erano le spezie, in particolare chiodi di garofano. Stone Town svolgeva anche un ruolo fondamentale nel commercio di schiavi tratti dal continente e inviati in Medio Oriente. 

La visita della città è iniziata dalla cattedrale anglicana che sorge nel luogo in cui si teneva, nel XVIII e XIX secolo, il mercato degli schiavi, all’incrocio di New Mkunazini Road e Creek Road, nella zona orientale della città. Alcuni missionari dell’UMCA si erano recati in Africa Orientale nel 1861 per diffondere la religione cristiana ed opporsi all’inumano commercio di schiavi, finendo con lo stabilirsi, nel 1864, a Zanzibar. Quando, nel 1973, il sultano Bargash chiuse il mercato degli schiavi, i missionari lo acquistarono ed iniziarono la costruzione della cattedrale, usufruendo anche di un terreno adiacente che fu donato loro da un mercante indiano, Jairam Senji. La prima funzione fu officiata il giorno di Natale del 1877, quando il tetto non era stato ancora completato. Secondo la tradizione, l’altare sorge nel punto esatto in cui gli schiavi erano legati al palo per essere frustati. Di questo mercato umano, oggi, non sopravvive più nulla, benché si dica che la cantina della St. Monica’s Guesthouse sia il pozzo in cui gli schiavi erano tenuti prima di essere venduti. Nella cattedrale è molto vivo il ricordo di David Livingstone: c’è una finestra dedicata a lui ed il crocifisso è stato realizzato usando il legno dell’albero sotto cui fu sepolto il suo cuore, nel villaggio di Chitambo nell’attuale Zambia.

Da qui la nostra visita è proseguita nel mercato, dove vengono vendute frutta, vedura, carne e pesce… e dove la puzza è quasi insopportabile. Abbiamo proseguito verso Kenyatta Road, attraverso vicoli e stradine strette, dove molte persone stavano sedute e ci osservavano un po’ infastidite; nonostante le descrizioni “socievoli” fatte dai tour operator la gente non è sempre ospitale, soprattutto con noi occidentali. La maggioranza delle case furono costruite nel secolo XIX, quando Zanzibar era uno dei centri commerciali più importanti dell’Oceano Indiano. La mescolanza delle culture è evidente nella natura esotica delle case: la cultura zanzibarina era swahili, i committenti delle case solevano essere Omaniti e spesso venivano ingaggiati architetti britannici e carpentieri indiani. La pietra corallina fu il materiale più usato nelle costruzioni di Stone Town e, malgrado sia un buon materiale, è molto delicata. Lentamente si sta cercando di restaurare Stone Town: l’umidità ed il caldo sono molto dannosi e a volte si ha l’impressione che gli isolati progetti di restauro non tengano il passo al declino. E’ stata creata l’Autorità per la Conservazione di Stone Town, la cui funzione è di coordinare la restaurazione dello splendore originario della città.

Arrivati alla casa natia di Farrokh Bulsara (in arte Freddy Mercury!!) abbiamo fatto una sosta per lo shopping nel quartiere di Shangani. Purtroppo anche qui la droga impera ed e’ molto facile vedere giovani “fuori di testa” grazie agli stupefacenti ed all’alcool. Dopo la visita ai negozi ci siamo diretti verso la zona del porto e per arrivarci abbiamo attraversato piazze dove i bambini giocavano a calcio e gli adulti al bao (un gioco tipico). Vicino al porto vi è un grande prato dove ci sono bancarelle che vendono generi alimentari preparati al momento, in condizioni non molto igieniche; qui abbiamo osservato il tramonto, che a Luglio avviene intorno alle 18. La visita è quindi finita e siamo ripartiti in pullman per tornare all’albergo; lungo la strada si vedevano solo le moschee illuminate e le persone che pregavano.

Il giorno della partenza siamo partiti alle 5 e mezza dall’albergo, e nel buio delle strade era possibile vedere uomini, donne e bambini che si recavano alle moschee a pregare. Prima di arrivare all’aeroporto è sorto il sole sopra ai palmeti, e mi è venuta una grande malinconia. Dopo due ore dal nostro arrivo in aeroporto siamo riusciti finalmente a salire sull’aereo per poi partire poco dopo le 9 con quasi un ora di ritardo; dopo mezzora dalla partenza abbiamo fatto scalo all’aeroporto di Mombasa (Kenya) per poi ripartire alle 10:45 diretti verso Milano. Il volo è trascorso come all’andata, e alle 18:45 siamo atterrati a Malpensa, di nuovo a casa.

Tutte le volte che penso a quest’isola sento un po’ di mal d’Africa, ma probabilmente il vero mal d’Africa non viene a chi parte, rimane a chi resta.

Dettagli del viaggio

  • Durata: 7 giorni
  • Periodo: Luglio 2006
  • Compagnia Aerea: Neos
  • Hotel: La Gemma dell’Est
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